24 Aprile 2024
Racconti

Nozze d’oro

Sono i colori del tramonto a tingere il nostro orizzonte d’una luce rossastra che induce al riposo. In effetti, ad essere sinceri, è una certa stanchezza quella che adesso pervade come un velo la nostra esistenza. Ma le ingiurie del tempo che ci hanno modificato i profili, le indossiamo orgogliosi come fossero ornamenti. Ed eccoci qua, dopo cinquant’anni, come fosse ieri. Almeno agli occhi del cuore.

Io sempre pronto allo scherzo lei, come allora, a fingere di cascarci. Io ad affrontare ancora incosciente i mulini a vento dell’avversa fortuna, lei come dovesse sorreggere il peso del mondo… ed in realtà è proprio così, ché non c’è lavoro più estenuante del governare casa, crescere i figli: ogni giorno tutto il giorno e non è mai finita. Finché si è ammalata.

Ed eccoci qua, dopo cinquant’anni, come fosse ieri… a ricercare nel suo sguardo spento quella luce che illuminava il mio ritorno a casa. A tenere nella mia la sua mano tremante.

Ma questo è il tempo di celebrare l’amore in tutte le sue manifestazioni. Quando si accende come un fiammifero e si consuma in fretta; quando è piena condivisione nella gioia e nel dolore. Quando ride a squarciagola incurante del mondo, più forte di tutto. Quando indugia in uno sguardo languido e crepuscolare velato di nostalgia per un sogno spezzato. E quando è la sofferenza a misurarlo, fin dove c’è bisogno, fin quando c’è vita…

Sì, questo è il tempo di celebrare l’amore. Quello fatto di capelli strappati e unghie nella pelle; quello fatto di rinunce e conti che non tornano mai. Quello di notti insonni, di attese e di silenzi; di tenerezza, complicità e progetti. Quello intimo, privato, nascosto e quello che si apre al mondo con la felicità che si completa solo con quella altrui. Quello fatto di giorni uno dopo l’altro, tutti diversi e tutti come il primo, quando nei suoi occhi indovinavi quelli dei figli che sarebbero venuti. Una lunga scala di momenti fra loro annodati, faticosi, ma diretti al cielo; bagnati di lacrime e subito asciugati da carezze. Quell’amore che si proclama eterno o, almeno, come si dice: “finché morte non vi separi”… E sempre più spesso mi ritrovo a pensare a quanto sia ingiusto lasciare al capriccio del destino stabilire i tempi e i modi di quella separazione. Quando non vuoi lasciarla andare, ma non puoi neppure lasciarla qui, da sola.

E allora eccoci qua a tagliare un traguardo come se l’amore fosse una gara e si potesse misurare col tempo. Attorniati dai figli ormai ingrigiti, intenti ad annodare le proprie scale; dagli amici rimasti e dai nipoti già grandi a interpretare un improbabile futuro sui loro tablet.

Facciamo festa perché, anche se il mondo ci pare un posto sempre meno ospitale, è sempre il tempo di celebrare l’amore che ci fa simili a Dio.

E tenerla per mano illudendomi di sorreggerla, mentre sono ancora io che mi appoggio a lei…

Stefano Ricci

Nato a Siena nel 1950 è approdato nel '68 a Trento, dove si è laureato in Sociologia. Quella stagione di “contestazione globale” ha caratterizzato l'intera sua esistenza. Sempre impegnato in politica, nel Sindacato e nel volontariato si è poi ritrovato a misurarsi col mondo della salute mentale, anche qui da protagonista.

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