30 Maggio 2024
Territorio

La rete della salute mentale

Forse l’aspetto più importante della rivoluzione basagliana (cfr. Legge180/78) sta nell’aver sovvertito il rapporto tra società e salute mentale.

Prevenzione e riabilitazione

Se prima l’istituzione manicomiale rispondeva alla necessità sociale di “difendersi” dal malato di mente segregandolo e “nascondendo” la sua diversità, dopo la riforma psichiatrica del 1978 la società è chiamata ad accogliere e integrare il disagio e la fragilità nel proprio tessuto. Ed organizzarsi di conseguenza.

Accanto alla cura, diventano fondamentali altri due concetti che chiamano in causa, oltre all’istituzione sanitaria, l’organizzazione territoriale in cui si articola la società civile: la prevenzione e la riabilitazione (cfr. DPR 10/11/1999 – GU n.274).

Conoscenza del territorio

Un Servizio di salute mentale che pone la prevenzione tra i cardini portanti della propria azione deve conoscere il territorio di sua competenza, saper individuare precocemente soggetti, situazioni, ambiti sociali e culturali a rischio disagio.

Deve essere in grado anche di progettare, promuovere e coordinare una serie di attività che si avvalgano di diversi approcci interdisciplinari.

A partire da una ricerca sociale che faccia emergere situazioni critiche potenzialmente in grado di favorire, se non l’insorgenza patologica, quanto meno lo sviluppo e la crescita di situazioni di disagio psichico.

Collaborazioni istituzionali

Un Servizio ideale deve essere in grado, se non in modo autonomo, di avvalersi di una consulenza specifica, anche attraverso un rapporto sinergico con l’Università e i Centri di ricerca applicata, per la raccolta e la l’analisi di dati sociologici, lo studio delle dinamiche e dei possibili sviluppi.

Non pensiamo che i fenomeni sociali siano di per sé causa patogena ma, come insegna la psichiatria sociale, è innegabile che il contesto esistenziale, la qualità delle relazioni, i fattori culturali, la precarietà del quadro socio-economico e situazioni di particolare impatto emotivo (mutamenti ambientali, catastrofi naturali, pandemie, guerre…) possano determinare concause all’emergere di patologie altrimenti latenti.

L’ambiente sociale

Una società come la nostra, la spirale produttivistica/consumistica tende a emarginare soggetti “diversi”, poco inquadrati nei canoni della “normalità” o scarsamente competitivi.

Genera solitudine, ansia e fenomeni di estraneazione che sono oggettivo terreno di coltura per depressioni e psicosi.

Ma questa stessa società ha al proprio interno anche una forte presenza di anticorpi che, valorizzati e coordinati, possono contrastare le spinte disgregative.

I soggetti della coesione sociale

La famiglia

Il primo livello di socializzazione è senza dubbio la famiglia, l’ambiente di base entro il quale l’individuo si forma e può trovare affetto, protezione, sostegno e risorse.

Ad essa, come interlocutore privilegiato, il Servizio deve dedicare progetti mirati per sostenerla e coinvolgerla con un ruolo da protagonista nel percorso di cura del congiunto.

La presenza informata e consapevole dei familiari rappresenta spesso una condizione determinante per il raggiungimento degli obiettivi di benessere auspicati.

L’ambiente esterno

Ma non sempre esiste un contesto familiare cui poter fare riferimento, semplicemente perché assente o perché, a volte, causa esso stesso di malessere.

Inoltre, la vita di relazione di una persona si dispiega e si completa in una dimensione più ampia dell’ambito familiare. Soggetti pubblici e contesti esistenziali possono giocare un ruolo non secondario (sia in negativo che in positivo) sullo sviluppo e sull’evolversi della malattia.

Oltre ai presìdi istituzionali presenti sul territorio, anche se spesso slegati tra loro e privi di una regia unitaria, esiste un ricco mondo associativo che fa della solidarietà il proprio carattere distintivo.

Il ruolo del Servizio

Per assolvere in pieno al proprio ruolo di prevenzione, il Servizio dovrebbe farsi carico di tracciare la mappa dei soggetti presenti capillarmente nel tessuto sociale, promuovere il loro coinvolgimento in un progetto di “attenzione e gentilezza“, attivare una formazione mirata e coordinare in modo permanente questa rete di contatti e contaminazione come parte integrante del Servizio stesso.

In molti casi la presenza di un volontario motivato e formato può risolvere situazioni critiche di solitudine.

Per superare la sporadicità di iniziative estemporanee, l’attività di coordinamento di queste risorse deve avvalersi di un apposito ufficio dotato delle competenze professionali, operative e finanziarie necessarie.

Gli “osservatori del malessere”

Come le radici degli alberi

Le testimonianze drammatiche di familiari sopravvissuti ad atti di autolesionismo ci aprono gli occhi sull’importanza di provare a costruire una sorta di alleanza tra Servizio e società (parenti, amici, ma anche vicini di casa, volontari, colleghi, incontri occasionali…) per creare una rete naturalmente intrecciata nel tessuto sociale.

Una rete di “osservatori” attenti e capaci di prendersi cura del vicino, o semplicemente di chi frequenta o incontra nella vita di tutti i giorni.

Cittadini come “sentinelle consapevoli e informate” formano una rete che, un po’ come le radici degli alberi, mantiene coeso il terreno sociale. Mossa da un senso di reciproca responsabilità collettiva, adeguatamente formata ed opportunamente coinvolta nel progetto della prevenzione.

La strategia della “gentilezza”

Non è un “impicciarsi” degli affari altrui, ma avere un occhio attento, non girarsi dall’altra parte di fronte alla fragilità. Rallentare il passo, spendere un po’ di tempo, osare una parola, offrire un ascolto. Magari saper anche suggerire a chi è in difficoltà l’indirizzo del Servizio dove poter trovare la competenza necessaria.

Siamo convinti che la percezione attorno a noi di sguardi attenti al nostro benessere aiuterebbe molti cittadini a non sentirsi soli, giudicati, emarginati e li spronerebbe a chiedere aiuto prima che si renda necessario un TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

Non deve sembrare esagerato annoverare tra i compiti del Servizio di salute mentale quello di contribuire a modificare consapevolmente gli stili di vita sociale. E’ forse questa la definizione più completa del concetto di prevenzione.

Privacy e dignità

Attraverso attività di sensibilizzazione e la divulgazione delle conoscenze che nascono sia dall’esperienza che dalla ricerca scientifica, si può puntare a costruire un quadro di riferimento comportamentale che punti al miglioramento delle relazioni interpersonali da cui possano trarne giovamento tutti, a partire dai soggetti più fragili.

In quest’ottica crediamo possa assumere un significato nuovo anche il concetto di privacy. L’importanza di tutelarla non può tradursi in un semplice “farsi i fatti propri” a scapito della dignità della vita.

Stefano Ricci

Nato a Siena nel 1950 è approdato nel '68 a Trento, dove si è laureato in Sociologia. Quella stagione di “contestazione globale” ha caratterizzato l'intera sua esistenza. Sempre impegnato in politica, nel Sindacato e nel volontariato si è poi ritrovato a misurarsi col mondo della salute mentale, anche qui da protagonista.

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